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Giustizia narrativa? Godiamoci lo spettacolo.

Quando l’informazione inquina la giustizia, e quindi la democrazia.


La recentissima polemica per la «polpetta avvelenata» confezionata dalla Rai, per mezzo della trasmissione “criminale” (nel senso di orientata a pre-stabilire una sentenza di condanna, prima ancora dell’inizio del dibattimento) Presa Diretta, sul processo «Rinascita Scott» mette in luce come non è vero che il cosiddetto diritto di cronaca aiuta la Giustizia e in ultima analisi la democrazia di un paese civile. Crea la giustizia, piuttosto.

Riepilogando brevemente: i giornalisti vengono a conoscenza (come?) di atti dell’accusa che dovrebbero per legge essere (e sono di fatto) ignoti al tribunale stesso, il quale ne dovrebbe piuttosto prendere atto attraverso il contraddittorio del numerose centinaia di ore di un dibattimento (dove si ascoltano, si valutano e si escludono elementi irrilevanti o forzati).

Invece nel processo messo in scena in televisione, in quelle due orette scarse a disposizione, senza contraddittorio e dibattimento, viene esposta solo e unicamente la tesi accusatoria, spinte attraverso le più becere tecniche di manipolazione del contenuto, attraverso opportune cancellazioni, allusioni, “implicature conversazionali” che creano un quadro unilaterale della situazione.

Si precostruisce così il quadro che «serve» per rendere scandalosa una potenziale assoluzione, o l’esito inviso all’accusa.

È un quadro che crea una indebita pressione dell’opinione pubblica, fatta da chi la manipola, sul giudizio, che dovrà —come tante volte è avvenuto in passato— fare i conti con la sentenza già emessa della trasmissione televisiva.

Ora la contestazione che si può fare è che, semplicemente, questa non sarebbe informazione.

Si può dire che questo tipo di spettacolo è più parente al Grand Guignol (il teatro delle marionette parigino specializzato in spettacoli macabri e violenti) o che i burattinai di questa farsa non stiano a fare altro che muovere le «maschere» di uno spettacolo fatto per sfamare la voglia di sangue del pubblico che surroga l’odio verso il prossimo nel piacere di questa fustigazione superficiale.

A mio avviso però questo è invece connaturato all’essenza dell’informazione, è il fenomeno, non l’epifenomeno.

L’informazione è costitutivamente il manganello dell’ideologia del potere, non può essere fondamentalmente separata in informazione buona e informazione cattiva.

L’informazione è strumento dell’ideologia.

Solo che, invece di essere più allineata alle ideologie narrative dell’ottocento e novecento, oggi l’informazione si allinea a quelle operative attuali. E là dove hanno perso potere quelle, i cui nomi in -ismo (comunismo, fascismo, socialismo, liberalismo) hanno perso mordente, oggi senza dare nell’occhio conquistano il campo questi nuovi Dei del potere.

Nuovi Dei, a cui si allinea l’informazione. Dei di chiese che non hanno credo, a cui non si aderisce esplicitamente, non ci si tessera, non ci si iscrive ma ci si ascrive solo agendo entro i loro canoni.

Anche la giustizia fu, un tempo, una ideologia narrativa («La legge è uguale per tutti» si disse), oggi però non è altro che parte di uno dei complessi di potere che rendono «astratta» la nostra vita: il complesso burocratico, che con quello tecnocratico, quello finanziario e quello geopolitico, per il tramite dell’algoritmizzazione, e appunto la forza dell’informazione, ambisce a controllare le nostre vite.

La Giustizia (quella narrativa, che ancora pretende di stabilire una adeguata verità intersoggettiva tramite il confronto delle parti) è al tramonto. La giustizia del Grand Guignol ha già svoltato l’angolo e il «servizio pubblico radio-televisivo» è esattamente al suo servizio.

Godiamoci lo spettacolo!