(una lettura filosofica di Harry Frankfurt, On Bullshit)
Scrolliamo un social qualunque: opinioni perentorie su guerra, vaccini, economia globale, filosofia morale, algoritmi e intelligenza artificiale. Pochi secondi per comporre un post, ancora meno per condividerlo, quasi nessun tempo per chiedersi se ciò che stiamo affermando abbia un rapporto minimamente serio con i fatti. L’importante è esserci, dire la propria, mostrarsi “autentici”. È il trionfo di un genere discorsivo che non è semplice menzogna, ma qualcosa di più pervasivo e sfuggente. È questo il terreno in cui si colloca oggi il breve ma influente saggio di ieri, scritto da Harry Frankfurt, On Bullshit (1986; ed. it. Stronzate. Un saggio filosofico, 2005), che prova a fare esattamente ciò che il suo oggetto sembra rifiutare: una definizione rigorosa.
L’obiettivo di Frankfurt non è ironizzare sul linguaggio triviale, né limitarsi a una denuncia moralistica. Il suo intento è costruire, con gli strumenti della filosofia analitica, un profilo concettuale della “stronzata” che la distingua tanto dalla verità quanto dalla menzogna, mostrando perché essa rappresenti, per il nostro rapporto con la realtà, un pericolo peculiare e forse più insidioso della bugia stessa.
Un concetto elusivo: che cos’è una “stronzata”
Frankfurt parte da una constatazione: nella nostra cultura circola una quantità impressionante di stronzate, e tuttavia disponiamo di una definizione sorprendentemente vaga del fenomeno. Sappiamo riconoscerlo “a naso”, ma fatichiamo a definirne l’essenza. Da qui la scelta di un’analisi logico-descrittiva che provi a isolare un paradigma della stronzata.
Un primo tratto distintivo sembra la sua apparente approssimazione: “bullshit” in inglese contiene al proprio interno il riferimento all’escremento, qualcosa che, per definizione, non è un prodotto lavorato con cura. Chi dice stronzate sembra parlare senza attenzione ai dettagli, senza rispetto per criteri di rigore o coerenza.
Questa immagine, tuttavia, si incrina non appena guardiamo a contesti come la pubblicità, le pubbliche relazioni e la comunicazione politica. Proprio qui, sostiene Frankfurt, troviamo alcuni degli esempi più raffinati di bullshit: messaggi costruiti con grande attenzione al target, a ciò che funziona, a ciò che persuade. Dietro la “presa per il culo” (bullshitting) si nasconde un uso sistematico di indagini di mercato, dati statistici, strumenti psicologici. Non sarebbe quindi corretto rappresentare il bullshitter come un soggetto totalmente incurante dei fatti o dei dettagli. Quando serve, i dettagli sono accuratamente scelti e orchestrati.
Il punto, allora, non è la cura o l’assenza di cura. È la funzione che quella cura assolve e, soprattutto, il tipo di rapporto che l’emittente intrattiene con la verità.
La rottura con la verità: Wittgenstein e l’indifferenza ai fatti
Per chiarire questo scarto, Frankfurt richiama un episodio che coinvolge Wittgenstein. Una conoscente del filosofo afferma di sentirsi “come un cane che è stato investito”. La reazione di Wittgenstein è di disgusto, apparentemente sproporzionata rispetto a una metafora innocua. Assunta però come caso esemplare, la sua irritazione rivela qualcosa di importante: la donna sta affermando qualcosa riguardo a un’esperienza che non ha mai vissuto. Non solo, quindi, non può sapere se ciò che dice è vero; ma, soprattutto, non mostra di preoccuparsene.
Generalizzando, Frankfurt individua qui il nucleo della stronzata: una rottura costitutiva del legame con la verità e, più precisamente, una fondamentale indifferenza al problema se ciò che si dice corrisponda o meno ai fatti. Chi produce stronzate (ovvero stronzeggia) non si colloca sul continuum vero/falso; semplicemente gioca un altro gioco. Quel che conta è la riuscita della propria performance, il raggiungimento di un certo effetto, il “cavarsela” (to get away with something) agli occhi dell’interlocutore.
La differenza con la menzogna
Per mettere meglio a fuoco il concetto, Frankfurt insiste sul confronto con la menzogna. Mentire implica dire il falso, con riferimento a una verità presupposta. Il bugiardo conosce, o crede di conoscere, come stanno le cose e sceglie deliberatamente di rovesciarle, di presentarle al contrario o in modo distorto. Proprio per questo, la menzogna è concettualmente dipendente dalla verità: “onora” ancora la verità, nel senso che la assume come termine di riferimento da manipolare.
Il bullshitter, invece, non ha questo tipo di rapporto con i fatti. Può dire qualcosa che, di fatto, risulta vero, falso o indeterminato; ma per lui la questione non è rilevante. L’unico criterio è la funzionalità di ciò che dice rispetto ai propri scopi. In questo senso, il bullshit non è semplicemente “meno vero” o “più falso” di una bugia: è di un’altra specie.
Frankfurt cita un passo di Eric Ambler: “Non dire mai una bugia quando puoi cavartela dicendo stronzate (bullshit your way through)”. Il suggerimento presuppone che mentire sia più rischioso e complesso: occorre rispettare i vincoli logici imposti dalla verità che si cerca di aggirare. La stronzata offre invece un margine di libertà molto più ampio: non punta a sostituire alla verità un contro-fatto specifico, ma a ridisegnare l’intero contesto discorsivo, a sospendere la rilevanza stessa dei fatti.
In breve: il bugiardo dipende dalla verità che tradisce; chi dice stronzate la scavalca del tutto.
Una figura ibrida: tra performance e dissoluzione del criterio di verità
Da qui emerge la natura ambivalente del bullshitter (in italiano si potrebbe dire contaballe). Da un lato, egli rifiuta di stare al gioco della verità: mescola elementi veri, mezze verità, falsificazioni, omissioni, senza riconoscere la differenza come eticamente o cognitivamente rilevante. Dall’altro, è spesso attentissimo alla coerenza superficiale del proprio discorso, alla sua verosimiglianza sociale, alla sua efficacia performativa. È questa combinazione a renderlo particolarmente pericoloso.
Si potrebbe obiettare che l’analisi di Frankfurt trascuri i casi in cui qualcuno “dice stronzate” senza fini particolari, per semplice superficialità o chiacchiera da bar, oppure che presupponga una concezione di verità troppo semplice, intesa come mera “corrispondenza ai fatti”. Frankfurt è consapevole di questi limiti. Il suo scopo non è fornire una teoria generale della verità, ma mostrare come, in un contesto dove si assume almeno in parte un’idea di realtà fattuale condivisa, la stronzata consista nel rifiuto di riconoscere che il proprio discorso dovrebbe rispondere a quella realtà.
In questo quadro, il bullshitter è meno un ingenuo che sbaglia, e più qualcuno che rinuncia strutturalmente alla responsabilità verso il vero, pur mantenendo – e talvolta potenziando – l’abilità tecnica nel costruire messaggi credibili.
Obbligo di opinione e culto della sincerità
Perché però, nel tardo Novecento, la stronzata è diventata così pervasiva? Frankfurt collega il fenomeno a due dinamiche.
La prima riguarda un tratto caratteristico delle società democratiche contemporanee: l’aspettativa che ciascuno abbia un’opinione su quasi tutto. Nel dibattito pubblico, nella sfera mediatica, persino nelle conversazioni informali, è difficile ammettere “non lo so” senza percepirlo come una forma di marginalità o impotenza. Il risultato è prevedibile: ci troviamo spesso a parlare di temi di cui abbiamo conoscenze scarse o nulle, producendo enunciati che non sono propriamente menzogne ma neppure valutazioni informate. Sono, appunto, stronzate.
La seconda dinamica è legata all’onda lunga dello scetticismo novecentesco verso l’idea di una conoscenza scientifica certa e definitiva. Messa in crisi la fiducia in un accesso robusto alla realtà, si sposta l’accento sull’autenticità soggettiva: se non possiamo conoscere veramente il mondo, almeno possiamo essere “fedeli a noi stessi”. Da qui lo slogan implicito: “Be true to yourself, not to the facts”. È più importante essere sinceri rispetto ai propri sentimenti e punti di vista che attenti alla corrispondenza di ciò che diciamo ai fatti.
Frankfurt mostra però come anche questa “sincerità” rischi di essere, a sua volta, una forma di stronzata. Non abbiamo alcuna garanzia che l’individualità sia facilmente conoscibile e trasparente a se stessa; anzi, la psicologia e la filosofia della mente suggeriscono il contrario. Pretendere che basti “esprimere se stessi” per sottrarsi al problema della verità significa sostituire a un criterio epistemico (il rapporto con i fatti) un criterio puramente soggettivo, altrettanto opaco e problematico.
In questo senso, la sincerità elevata a valore assoluto rischia di diventare una variante sofisticata del bullshit: un discorso che si sottrae al controllo dei fatti rifugiandosi nella presunta autenticità interiore.
Stronzate, social network e post-verità
Il quadro tracciato da Frankfurt offre una chiave di lettura efficace per alcuni fenomeni tipici dell’ecosistema comunicativo contemporaneo.
I social network si fondano in larga misura sulla costruzione e diffusione di immagini di sé. Nella maggior parte dei casi, tali immagini sono selettive, edulcorate, distorte, spesso anche al di là delle intenzioni di chi le produce: chi vede solo foto e post, senza conoscere la persona, è inevitabilmente portato a costruirsi una rappresentazione approssimativa o del tutto fuorviante[2]. Il problema non è soltanto che tali rappresentazioni possano contenere affermazioni false, ma che il criterio della verità scivola in secondo piano rispetto alla pressione a essere visibili, interessanti, reattivi.
Le fake news, una volta smascherate, incarnano una forma estrema di stronzata: costruzioni discorsive che non mirano neppure a competere sul terreno della verità, ma a inquinare il rapporto fra opinione pubblica e informazione, alimentando sfiducia generalizzata, sospetto e polarizzazione. Il fatto che si sia imposto il termine “post-verità” segnala proprio questa mutazione di sfondo: non tanto la scomparsa del vero e del falso, quanto la loro irrilevanza pratica per ampi segmenti del discorso pubblico.
In un simile contesto, il rischio è che l’intero spazio comunicativo venga progressivamente plasmato dalla logica del bullshit: ciò che conta è l’effetto immediato, l’aderenza all’identità di gruppo, la capacità di “cavarsela” retoricamente, più che la responsabilità verso ciò che si dice.
Il compito del filosofo secondo Frankfurt
Di fronte a questa deriva, il saggio di Frankfurt svolge una duplice funzione. Da un lato, chiarisce concettualmente una forma di discorso che spesso riconosciamo intuitivamente ma non distinguiamo con precisione da altre, come la menzogna o la semplice superficialità. Dall’altro, richiama l’attenzione sulla centralità del rapporto con la verità – nelle sue forme fallibili, contestate, discutibili – per una vita personale e collettiva che voglia dirsi minimamente libera e degna.
Non si tratta di proporre un moralismo nostalgico o di negare le trasformazioni profonde del sapere scientifico e dei media. Si tratta di vedere che una cultura che banalizza sistematicamente il problema della verità, sostituendolo con la ricerca di efficacia, autenticità soggettiva o appartenenza tribale, spalanca uno spazio in cui la stronzata può prosperare indisturbata.
Frankfurt non offre ricette né programmi politici, ma svolge, in senso forte, il compito del filosofo: osservare i fenomeni del proprio tempo, analizzarli con rigore, mostrarne le implicazioni, mettere in guardia dai rischi che corrono concetti di base come verità, onestà, chiarezza, responsabilità verso i fatti. Se è vero che non possiamo eliminare le stronzate dal mondo, possiamo almeno smettere di confonderle con la semplice “opinione personale” o con l’innocua chiacchiera, riconoscendone la specifica forma di violenza epistemica.
Note
[1] Frankfurt precisa fin dall’inizio che la sua analisi è circoscritta alla lingua inglese e al termine “bullshit”, di cui non conosce l’equivalente preciso in altre lingue. In italiano, le traduzioni più vicine sono “stronzate” o “cazzate”, ma non disponiamo di un sostantivo altrettanto compatto per “bullshitter” (che qui rendiamo come “colui che dice stronzate”) né di un verbo pienamente analogo a “to bullshit”, che traduciamo a seconda dei contesti con “dire cazzate”, “prendere per il culo”, “cavarsela dicendo cazzate”. Nel testo si adotteranno di volta in volta le soluzioni meno ambigue.
[2] Questo accade spesso anche indipendentemente dalle intenzioni dell’utente. Chi osserva dall’esterno solo fotografie, brevi testi e reazioni parziali, senza conoscere la persona nella sua vita quotidiana, viene facilmente indotto a costruirsi un’immagine distorta, che può risultare tanto idealizzata quanto ingiustamente negativa.
Bibliografia
Harry Frankfurt, Stronzate. Un saggio filosofico, Milano, [1986] 2005. In Italia fu tradotto da Rizzoli con il titolo Stronzate – un saggio filosofico e successivamente con un più potabile Il piccolo libro sulla verità, oggi introvabili ambedue.
(una lettura filosofica di Harry Frankfurt, On Bullshit)
Scrolliamo un social qualunque: opinioni perentorie su guerra, vaccini, economia globale, filosofia morale, algoritmi e intelligenza artificiale. Pochi secondi per comporre un post, ancora meno per condividerlo, quasi nessun tempo per chiedersi se ciò che stiamo affermando abbia un rapporto minimamente serio con i fatti. L’importante è esserci, dire la propria, mostrarsi “autentici”. È il trionfo di un genere discorsivo che non è semplice menzogna, ma qualcosa di più pervasivo e sfuggente. È questo il terreno in cui si colloca oggi il breve ma influente saggio di ieri, scritto da Harry Frankfurt, On Bullshit (1986; ed. it. Stronzate. Un saggio filosofico, 2005), che prova a fare esattamente ciò che il suo oggetto sembra rifiutare: una definizione rigorosa.
L’obiettivo di Frankfurt non è ironizzare sul linguaggio triviale, né limitarsi a una denuncia moralistica. Il suo intento è costruire, con gli strumenti della filosofia analitica, un profilo concettuale della “stronzata” che la distingua tanto dalla verità quanto dalla menzogna, mostrando perché essa rappresenti, per il nostro rapporto con la realtà, un pericolo peculiare e forse più insidioso della bugia stessa.
Un concetto elusivo: che cos’è una “stronzata”
Frankfurt parte da una constatazione: nella nostra cultura circola una quantità impressionante di stronzate, e tuttavia disponiamo di una definizione sorprendentemente vaga del fenomeno. Sappiamo riconoscerlo “a naso”, ma fatichiamo a definirne l’essenza. Da qui la scelta di un’analisi logico-descrittiva che provi a isolare un paradigma della stronzata.
Un primo tratto distintivo sembra la sua apparente approssimazione: “bullshit” in inglese contiene al proprio interno il riferimento all’escremento, qualcosa che, per definizione, non è un prodotto lavorato con cura. Chi dice stronzate sembra parlare senza attenzione ai dettagli, senza rispetto per criteri di rigore o coerenza.
Questa immagine, tuttavia, si incrina non appena guardiamo a contesti come la pubblicità, le pubbliche relazioni e la comunicazione politica. Proprio qui, sostiene Frankfurt, troviamo alcuni degli esempi più raffinati di bullshit: messaggi costruiti con grande attenzione al target, a ciò che funziona, a ciò che persuade. Dietro la “presa per il culo” (bullshitting) si nasconde un uso sistematico di indagini di mercato, dati statistici, strumenti psicologici. Non sarebbe quindi corretto rappresentare il bullshitter come un soggetto totalmente incurante dei fatti o dei dettagli. Quando serve, i dettagli sono accuratamente scelti e orchestrati.
Il punto, allora, non è la cura o l’assenza di cura. È la funzione che quella cura assolve e, soprattutto, il tipo di rapporto che l’emittente intrattiene con la verità.
La rottura con la verità: Wittgenstein e l’indifferenza ai fatti
Per chiarire questo scarto, Frankfurt richiama un episodio che coinvolge Wittgenstein. Una conoscente del filosofo afferma di sentirsi “come un cane che è stato investito”. La reazione di Wittgenstein è di disgusto, apparentemente sproporzionata rispetto a una metafora innocua. Assunta però come caso esemplare, la sua irritazione rivela qualcosa di importante: la donna sta affermando qualcosa riguardo a un’esperienza che non ha mai vissuto. Non solo, quindi, non può sapere se ciò che dice è vero; ma, soprattutto, non mostra di preoccuparsene.
Generalizzando, Frankfurt individua qui il nucleo della stronzata: una rottura costitutiva del legame con la verità e, più precisamente, una fondamentale indifferenza al problema se ciò che si dice corrisponda o meno ai fatti. Chi produce stronzate (ovvero stronzeggia) non si colloca sul continuum vero/falso; semplicemente gioca un altro gioco. Quel che conta è la riuscita della propria performance, il raggiungimento di un certo effetto, il “cavarsela” (to get away with something) agli occhi dell’interlocutore.
La differenza con la menzogna
Per mettere meglio a fuoco il concetto, Frankfurt insiste sul confronto con la menzogna. Mentire implica dire il falso, con riferimento a una verità presupposta. Il bugiardo conosce, o crede di conoscere, come stanno le cose e sceglie deliberatamente di rovesciarle, di presentarle al contrario o in modo distorto. Proprio per questo, la menzogna è concettualmente dipendente dalla verità: “onora” ancora la verità, nel senso che la assume come termine di riferimento da manipolare.
Il bullshitter, invece, non ha questo tipo di rapporto con i fatti. Può dire qualcosa che, di fatto, risulta vero, falso o indeterminato; ma per lui la questione non è rilevante. L’unico criterio è la funzionalità di ciò che dice rispetto ai propri scopi. In questo senso, il bullshit non è semplicemente “meno vero” o “più falso” di una bugia: è di un’altra specie.
Frankfurt cita un passo di Eric Ambler: “Non dire mai una bugia quando puoi cavartela dicendo stronzate (bullshit your way through)”. Il suggerimento presuppone che mentire sia più rischioso e complesso: occorre rispettare i vincoli logici imposti dalla verità che si cerca di aggirare. La stronzata offre invece un margine di libertà molto più ampio: non punta a sostituire alla verità un contro-fatto specifico, ma a ridisegnare l’intero contesto discorsivo, a sospendere la rilevanza stessa dei fatti.
In breve: il bugiardo dipende dalla verità che tradisce; chi dice stronzate la scavalca del tutto.
Una figura ibrida: tra performance e dissoluzione del criterio di verità
Da qui emerge la natura ambivalente del bullshitter (in italiano si potrebbe dire contaballe). Da un lato, egli rifiuta di stare al gioco della verità: mescola elementi veri, mezze verità, falsificazioni, omissioni, senza riconoscere la differenza come eticamente o cognitivamente rilevante. Dall’altro, è spesso attentissimo alla coerenza superficiale del proprio discorso, alla sua verosimiglianza sociale, alla sua efficacia performativa. È questa combinazione a renderlo particolarmente pericoloso.
Si potrebbe obiettare che l’analisi di Frankfurt trascuri i casi in cui qualcuno “dice stronzate” senza fini particolari, per semplice superficialità o chiacchiera da bar, oppure che presupponga una concezione di verità troppo semplice, intesa come mera “corrispondenza ai fatti”. Frankfurt è consapevole di questi limiti. Il suo scopo non è fornire una teoria generale della verità, ma mostrare come, in un contesto dove si assume almeno in parte un’idea di realtà fattuale condivisa, la stronzata consista nel rifiuto di riconoscere che il proprio discorso dovrebbe rispondere a quella realtà.
In questo quadro, il bullshitter è meno un ingenuo che sbaglia, e più qualcuno che rinuncia strutturalmente alla responsabilità verso il vero, pur mantenendo – e talvolta potenziando – l’abilità tecnica nel costruire messaggi credibili.
Obbligo di opinione e culto della sincerità
Perché però, nel tardo Novecento, la stronzata è diventata così pervasiva? Frankfurt collega il fenomeno a due dinamiche.
La prima riguarda un tratto caratteristico delle società democratiche contemporanee: l’aspettativa che ciascuno abbia un’opinione su quasi tutto. Nel dibattito pubblico, nella sfera mediatica, persino nelle conversazioni informali, è difficile ammettere “non lo so” senza percepirlo come una forma di marginalità o impotenza. Il risultato è prevedibile: ci troviamo spesso a parlare di temi di cui abbiamo conoscenze scarse o nulle, producendo enunciati che non sono propriamente menzogne ma neppure valutazioni informate. Sono, appunto, stronzate.
La seconda dinamica è legata all’onda lunga dello scetticismo novecentesco verso l’idea di una conoscenza scientifica certa e definitiva. Messa in crisi la fiducia in un accesso robusto alla realtà, si sposta l’accento sull’autenticità soggettiva: se non possiamo conoscere veramente il mondo, almeno possiamo essere “fedeli a noi stessi”. Da qui lo slogan implicito: “Be true to yourself, not to the facts”. È più importante essere sinceri rispetto ai propri sentimenti e punti di vista che attenti alla corrispondenza di ciò che diciamo ai fatti.
Frankfurt mostra però come anche questa “sincerità” rischi di essere, a sua volta, una forma di stronzata. Non abbiamo alcuna garanzia che l’individualità sia facilmente conoscibile e trasparente a se stessa; anzi, la psicologia e la filosofia della mente suggeriscono il contrario. Pretendere che basti “esprimere se stessi” per sottrarsi al problema della verità significa sostituire a un criterio epistemico (il rapporto con i fatti) un criterio puramente soggettivo, altrettanto opaco e problematico.
In questo senso, la sincerità elevata a valore assoluto rischia di diventare una variante sofisticata del bullshit: un discorso che si sottrae al controllo dei fatti rifugiandosi nella presunta autenticità interiore.
Stronzate, social network e post-verità
Il quadro tracciato da Frankfurt offre una chiave di lettura efficace per alcuni fenomeni tipici dell’ecosistema comunicativo contemporaneo.
I social network si fondano in larga misura sulla costruzione e diffusione di immagini di sé. Nella maggior parte dei casi, tali immagini sono selettive, edulcorate, distorte, spesso anche al di là delle intenzioni di chi le produce: chi vede solo foto e post, senza conoscere la persona, è inevitabilmente portato a costruirsi una rappresentazione approssimativa o del tutto fuorviante[2]. Il problema non è soltanto che tali rappresentazioni possano contenere affermazioni false, ma che il criterio della verità scivola in secondo piano rispetto alla pressione a essere visibili, interessanti, reattivi.
Le fake news, una volta smascherate, incarnano una forma estrema di stronzata: costruzioni discorsive che non mirano neppure a competere sul terreno della verità, ma a inquinare il rapporto fra opinione pubblica e informazione, alimentando sfiducia generalizzata, sospetto e polarizzazione. Il fatto che si sia imposto il termine “post-verità” segnala proprio questa mutazione di sfondo: non tanto la scomparsa del vero e del falso, quanto la loro irrilevanza pratica per ampi segmenti del discorso pubblico.
In un simile contesto, il rischio è che l’intero spazio comunicativo venga progressivamente plasmato dalla logica del bullshit: ciò che conta è l’effetto immediato, l’aderenza all’identità di gruppo, la capacità di “cavarsela” retoricamente, più che la responsabilità verso ciò che si dice.
Il compito del filosofo secondo Frankfurt
Di fronte a questa deriva, il saggio di Frankfurt svolge una duplice funzione. Da un lato, chiarisce concettualmente una forma di discorso che spesso riconosciamo intuitivamente ma non distinguiamo con precisione da altre, come la menzogna o la semplice superficialità. Dall’altro, richiama l’attenzione sulla centralità del rapporto con la verità – nelle sue forme fallibili, contestate, discutibili – per una vita personale e collettiva che voglia dirsi minimamente libera e degna.
Non si tratta di proporre un moralismo nostalgico o di negare le trasformazioni profonde del sapere scientifico e dei media. Si tratta di vedere che una cultura che banalizza sistematicamente il problema della verità, sostituendolo con la ricerca di efficacia, autenticità soggettiva o appartenenza tribale, spalanca uno spazio in cui la stronzata può prosperare indisturbata.
Frankfurt non offre ricette né programmi politici, ma svolge, in senso forte, il compito del filosofo: osservare i fenomeni del proprio tempo, analizzarli con rigore, mostrarne le implicazioni, mettere in guardia dai rischi che corrono concetti di base come verità, onestà, chiarezza, responsabilità verso i fatti. Se è vero che non possiamo eliminare le stronzate dal mondo, possiamo almeno smettere di confonderle con la semplice “opinione personale” o con l’innocua chiacchiera, riconoscendone la specifica forma di violenza epistemica.
Note
[1] Frankfurt precisa fin dall’inizio che la sua analisi è circoscritta alla lingua inglese e al termine “bullshit”, di cui non conosce l’equivalente preciso in altre lingue. In italiano, le traduzioni più vicine sono “stronzate” o “cazzate”, ma non disponiamo di un sostantivo altrettanto compatto per “bullshitter” (che qui rendiamo come “colui che dice stronzate”) né di un verbo pienamente analogo a “to bullshit”, che traduciamo a seconda dei contesti con “dire cazzate”, “prendere per il culo”, “cavarsela dicendo cazzate”. Nel testo si adotteranno di volta in volta le soluzioni meno ambigue.
[2] Questo accade spesso anche indipendentemente dalle intenzioni dell’utente. Chi osserva dall’esterno solo fotografie, brevi testi e reazioni parziali, senza conoscere la persona nella sua vita quotidiana, viene facilmente indotto a costruirsi un’immagine distorta, che può risultare tanto idealizzata quanto ingiustamente negativa.
Bibliografia
Harry Frankfurt, Stronzate. Un saggio filosofico, Milano, [1986] 2005. In Italia fu tradotto da Rizzoli con il titolo Stronzate – un saggio filosofico e successivamente con un più potabile Il piccolo libro sulla verità, oggi introvabili ambedue.